LE DOMANDE DEGLI ALUNNI DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO ILLUMINATO CIRINO DI MUGNANO DI NAPOLI

  1. Leggendo il libro abbiamo pensato che l’esperienza vissuta dal protagonista Claudio ci voglia trasmettere il coraggio, non solo di affrontare le situazioni difficili, ma anche di capire come vogliamo che sia veramente la nostra vita. Lei pensa che questa consapevolezza possa essere raggiunta a qualunque età?

La consapevolezza richiede un buon grado di ascolto rispetto a se stessi.

Non si può avere consapevolezza se non si sa ascoltare profondamente il proprio cuore.

Ci sono persone che lasciano scorrere le proprie giornate come sabbia tra le mani. Guardano la loro vita senza esserne i protagonisti. Essere consapevoli ci permette di fare le scelte giuste, di decidere la direzione della nostra vita e il momento in cui questo avviene è del tutto personale. Iqbal Masih aveva nove anni quando decise di andare alla sua prima manifestazione per protestare contro le condizioni di schiavitù in cui lui e i suoi compagni vivevano in Pakistan. Veniva da una famiglia molto povera: all’età di cinque anni era stato venduto per un debito di 12 dollari a un tappezziere che lo teneva incatenato e lo faceva lavorare anche 10 ore al giorno. A soli nove anni riuscì a fuggire e a diventare il più giovane sindacalista della storia. La sua denuncia ha costretto il governo pakistano a chiudere decine di fabbriche di tappeti.

Nonostante la sua giovane età aveva un grande grado di consapevolezza.

  1. Per Claudio la spinta a cambiare vita è stata determinata non solo dallo sport, ma anche dalle spiegazioni e dallo studio della novella di Verga “Rosso Malpelo”. Quanto crede sia determinante l’azione della scuola nel poter indurre un adolescente a decidere i cambiare vita?

Credo sia fondamentale. La scuola è un luogo di opportunità, offre nuove stimoli, nuovi saperi, ma non parlo di sapere nozionistico, quello potete trovarlo su Wikipedia o sulla Tre cani.  Parlo del luogo dove, attraverso il confronto tra coetanei e adulti (che si sono assunti la responsabilità di educare), posso esercitare il mio PENSIERO CRITICO, ossia la possibilità di affrontare un’argomentazione risalendo alle sue radici, alle origini, creando una mia personale opinione in merito.

E qui entra in gioco il ruolo dell’educatore.

Pochi giorni fa mio figlio mi raccontava del suo appassionato professore di storia che raccontava la rivoluzione francese con tale enfasi da fargli provare il desiderio di salire sul tavolo come aveva visto fare nel meraviglioso film “L’attimo fuggente” e divenire lui il protagonista di quei moti rivoluzionari!

Vedete, per imparare le date e gli argomenti della rivoluzione francese basta il nostro computer, ma per appassionarsi, comprendere quegli argomenti, fra penetrare nei nostri cuori quei valori per cui molti uomini hanno dato la loro vita, bisogna che ci sia un insegnante appassionante. Qualcuno che ci creda. Allora io imparo a esercitare un pensiero capace di scavare, andare a fondo, in grado di comprendere relazioni anche tra temi apparentemente lontani. In questo modo divento un individuo capace di pensiero critico: una persona LIBERA.

  1. Per quale scopo ha scritto il libro “da ora in poi”?

Da ora in poi nasce da una ribellione o meglio da un senso d’impotenza che si è poi trasformato in ribellione e ha assunto questa forma.

Vedevo nel quartiere dove lavoro delle situazioni che non mi piacevano. Lo spaccio a cielo aperto dicono le cronache dei giornali. Cose visibili a tutti, in pieno giorno, di fronte ai bambini. Situazioni talmente abituali per le quali non si presta più attenzione. Alla fine lo spacciatore fermo nel solito posto che cambia volto, ma è sempre lì, come se fosse un negozio aperto 24 ore su 24, non lo noti neanche più. Perché vedete al brutto ci si abitua. E’ una caratteristica umana. In fin dei conti per salvarci.

Ecco, io a un certo punto della mia vita ho deciso che volevo raccontare tutto questo, ma in un modo diverso: io volevo salvare Rosso Malpelo dalla cava di rena. E ho cercato di salvarlo con l’unico mezzo che sia possibile. Una passione! Quando tu hai una passione le tue energie sono impegnate nella sua realizzazione il resto non ti interessa più. C’è uno studio, ormai vecchio di qualche anno, dagli psicologi della polizia di stato che ci racconta che nelle scuole a indirizzo musicale il livello di bullismo è quasi inesistente. Perché? Perché quando tu hai qualcosa che ti appassiona e a cui ti dedichi il senso della vita assume un colore diverso. Ti dai a quella passione! Ho scritto da ora in poi per dire che in qualsiasi situazione tu stia vivendo dentro di te sono le risorse per risolverla.

  1. 4. Nel racconto si ripete più volte la frase “da ora in poi”. Ha un significato speciale per lei?

Sì. E’ la frase che mi ha regalato un maestro buddista, in giapponese si dice honnin-myo, significa che puoi trasformare la tua vita da questo preciso istante a prescindere dalle circostanze del passato, perché noi siamo molto di più dell’immagine che abbiamo costruito, per noi e per gli altri.

Dentro di noi esiste la forza la forza di rialzarsi puntando le mani sullo stesso terreno in cui siamo caduti.

Honnin- myo. Da ora in poi.

 

  1. Il protagonista del romanzo è uno skater. Volevamo sapere se la scelta di questo sport è stata dettata in misura maggiore dal fatto di essere legato al contesto urbano, spesso di periferia, o in quanto espressione della voglia di libertà e del superamento dei propri limiti tipico dell’adolescenza?

Non ho scelto a tavolino lo sport di Claudio. Uno scrittore attinge dalla sua competenza, da ciò che vede e conosce per creare. Io ho acquisito una buona competenza di questo sport seguendo, per ore e ore di allenamento, mio figlio minore. Mi sono innamorata di questo sport non ancora inquinato dalla logica del denaro che ahimè domina altri sport. Si presta a essere una buona metafora di vita: richiede una grande precisione, pochi millimetri di errore sulla tavola e sei a terra. Richiede una grande pazienza, bisogna provare in continuazione per raggiungere un alto livello di equilibrio sulla tavola. E poi è uno sport in cui non esiste una grande competizione, c’è uno spirito amicale e di vera ammirazione verso chi chiude un trick che tu non hai chiuso. Era il mondo di cui aveva bisogno Claudio, un luogo che finalmente lo accogliesse partendo da lui, da ciò che lui aveva. Pensate che solo dal 2020 sarà disciplina olimpica.

Mi è capitato di vedere spacciare ragazzi in sella alle loro bicilette e  ho pensato “e se fosse un ragazzino con lo skateboard? E se a quel ragazzino piacesse di più skateare che spacciare?” E’ nato così Claudio.

6 Nel racconto uno dei personaggi ha posto una domanda alla prof: “Nel mondo ci sono più buoni o più cattivi?” . L’insegnante ha risposto dicendo che i cattivi ci sembrano tanti perché i buoni rappresentano la normalità e non fanno notizia. Non pensa che sia difficile distinguere l’umanità tra buoni e cattivi? Secondo lei un ragazzo nato in una famiglia di malavitosi e che eredita questo triste destino, può essere definito cattivo?

Personalmente credo che tra il bianco e il nero ci siano infinite sfumature di colori.

Ma Matteo Di Giacomo ha dodici anni e per lui il mondo si semplifica in buoni e cattivi e lo fa con una vela ironica, ma con una grande aspettativa nella domanda. Lui ha bisogno di sapere che nel mondo esistono più persone buone per rassicurarsi. Sarà poi l’adulto, la professoressa, che offre un altro spunto di riflessione sottolineando che al mondo esistono più persone che creano rispetto a quelle che distruggono. In questo modo offre un nuovo modo di vedere a Matteo e alla classe. E questa è la visione di Nadia Nobile.

Quella personale di Catia Proietti è che oggi i mezzi di comunicazione tendano a illuminare con decisione gli aspetti negativi e oscuri di questa nostra umanità, ignorando con una determinazione che sembra una vera scelta, i movimenti di energia positiva nei territori. Faccio un esempio concreto: nella stessa via di San Basilio, nota per lo spaccio a cielo aperto, da anni esercita un’associazione che svolge lavori con le famiglie e con i giovani. Vi garantisco che non ha avuto lo stesso risalto il coraggio dei ragazzi che le ha dato vita di fronte allo spaccio a cielo aperto.

  1. Se lei avesse avuto un padre come quello di Claudio, avrebbe avuto la forza di redimersi come ha fatto lui?

Non ne ho idea. Troppo facile potersi esprimere in questo contesto e dire sì, lo avrei fatto.

La verità è che nessuno di noi può saperlo con precisione.

Certo è che vorrei avere la sua forza.

  1. Il racconto è ispirato ad una storia vera?

No. Il racconto è opera di fantasia, ma costruito su fatti realmente accaduti nel quartiere di San Basilio a Roma, intorno al 2012. Però la storia di Claudio è verosimile e come dico nella nota dell’autrice alla fine del romanzo “se guardate con attenzione potete incontrarlo nelle strade del suo quartiere”.

9 Quali sono i valori che secondo lei si devono insegnare ai ragazzi per non farli cadere in queste situazioni di disagio?

I valori non sono dei concetti astratti per me, ma qualcosa che io devo sperimentare.

Non insegno il senso di appartenenza alla comunità se non facendolo sperimentare. Non insegno l’amore se non accolgo. Il rispetto degli altri, la condivisione delle regole, l’onestà, non sono valori che debbano essere “spiegati”, sono dei valori che si interiorizzano vivendone l’esperienza. In questo a molto può servire la scuola, ma ancora di più la famiglia. Ricordo un buon insegnamento della mia mamma “ogni volta che stai facendo qualcosa nei confronti di un altro chiediti se vorresti che lo facessero a te.” In questo modo mia madre mi faceva esercitare un “sentire”. Se mi viene voglia di dare una battutaccia a una bambina, magari di fronte ai miei compagni, ma sono indotta da un buon educatore a chiedermi “e se lo facessero a me?”, torno sui miei passi, comprendo che io starei male… in questo continuo ascolto di me stessa, nel confronto, io acquisisco il rispetto per gli altri. E per me stessa. In questo modo mi è più facile tenermi lontana dai pericoli.

  1. 10. Lei come trova l’ispirazione?

Guardando. Il mondo suggerisce in continuazione storie.

  1. Perché ha pensato di scrivere un libro come questo?

Perché volevo avere tra le mani uno strumento che mi permettesse di incontrare più persone possibili per dirgli che dobbiamo fare un lavoro insieme. Per ricominciare a sperare e costruire il futuro. Volevo scrollare le spalle di tante persone. Non solo dei ragazzi. Nel mio mondo adulto vivo tanta disillusione, c’è bisogno di capire che dipende da noi riprendere la vita in mano e non stare passivamente a guardare quello che accade. Ciò che ha fatto in questi giorni una ragazzina di sedici anni Greta Tunberg ne è la dimostrazione. Dobbiamo smetterla di parlare DEI ragazzi, noi dobbiamo parlare CON i ragazzi: è una prospettiva diversa, non credi?

  1. Dov’è nata la tua passione per la scrittura?

E’ nata dai libri. Da quando ho imparato a leggere i libri sono stati i miei migliori amici e poiché ero molto timida scrivere mi aiutava a esprimermi.

  1. Lei attraverso questo libro vuole dare una speranza ai giovani?

Non solo ai giovani. Voglio spingere più persone possibili a muoversi. Nel libro cito Rosa Luxemburg “sente il peso delle catene solo chi si muove”. Voglio indurre le persone a muoversi, a prendere la propria vita in mano, a divenire protagonisti di questo miracolo che è il nascere.

14 Secondo lei, quanto è importante che gli adulti diano fiducia ai giovani credendo nel cambiamento della loro vita? E secondo lei, chi ha avuto fiducia in Claudio, affinchè la sua vita cambi in meglio?

Un ragazzo si specchia negli occhi di un adulto e ci legge tutto. Non si può sfuggire. Claudio ha avuto accanto a sé due maestri, Saverio l’istruttore di skateboard e Nadia Nobile, la professoressa di italiano, che non avevano pregiudizi su di lui. Pur intravedendo quello che c’è alle sue spalle, non ne sono sicuri fino alla fine, lo sostengono nel guardarsi dentro di sé, nell’attingere al suo potenziale. E’ come se entrambi camminassero un passetto dietro di lui, pronti a sostenerlo se dovesse cadere.

  1. 15. Il libro l’ha scritto da sola?

Ho scritto da sola, ma sostenuta da due grandi compagni di vita: i miei figli. Il più piccolo da cui ho appreso tutto quello che conosco dello skateboarding mi ha aiutato a montare le scene sulle rampe di Claudio, il più grande mi ha donato la musica di cui si cibava Claudio e che tra l’altro appassiona anche me. Vi assicuro che fare le faccende di casa ascoltando i Metallica o i Sistem of down da una marcia in più!

16 Hai avuto delle critiche per questo libro?

Al momento non negative. Ho avuto tanto tanto incoraggiamento inaspettato. Tanti ragazzi che mi hanno scritto “è la prima volta che finisco un libro”. Tante mamme che mi hanno scritto di averlo letto insieme ai figli. Tante persone mi hanno scritto di voler adottare Claudio.

  1. Così come i ragazzi chiedono alla professoressa, noi lo chiediamo a lei: sono più i buoni o più i cattivi ?

Sono di più i buoni solo che fanno poco rumore.

18 Cosa rappresenta per lei questo libro?

Il mio da ora in poi. L’attimo in cui tutto cambia per sempre.

  1. Cosa unisce nel bene le periferie del mondo?

Una grande forza, una grande capacità di andare avanti nonostante tutto e tutti. E un grande desiderio di rivalsa… sintetizzata benissimo da Zerocalcare nel murale che campeggia sulla stazione di rebibbia “qui ci manca tutto, non ci serve niente.”

  1. Nel testo il protagonista dimostra una grande forza e desiderio di riscatto. Oltre che a noi ragazzi, quanto sarebbe importante diffondere questo messaggio anche agli adulti?

Avrete notato che il libro non è nella collana youg adults della casa editrice. Non è ritenuto un libro solo per ragazzi. Molti adulti l’hanno letto, molti di questi erano insegnanti e così si è avviato questo percorso con le scuole, ma io auspico che il messaggio di Claudio sia interessante per tanti adulti.

  1. E’ stato difficile riuscire ad immedesimarsi nel punto di vista del ragazzo?

No. Quando Claudio parla, io sono Claudio. Lo vedo, sento le sue paure, sento quello che lo dilania, le sue insicurezze, le sue speranze. Sento la rabbia nei confronti di suo padre, come la speranza a ricominciare. Lui lo avrebbe fatto. Lui avrebbe ricominciato tutto. Se solo lui lo avesse scelto.

  1. Nel testo si parla dei pregiudizi e di come il protagonista, grazie alla sua passione per lo skateboard, li

superi. I pregiudizi sono davvero uno dei problemi più importanti al giorno d’oggi?

I pregiudizi in questo nostro mondo sono i mattoni con cui abbiamo creato ed eretto barriere.

I pregiudizi sono delle opinioni preconcette nate da uno stereotipo che ci fanno giudicare qualcuno o una situazione ancor prima di conoscerlo o conoscerla. Ci annebbiano la vista. Ci rendono ciechi. Ci precludono l’esperienza dell’altro. E poi esiste un pregiudizio terribile, quello che si rivolge verso se stessi. Perché vedete se io conosco il meccanismo con cui nasce il pregiudizio posso mettermi in una posizione e scardinarlo, ma se ho su di me un pregiudizio divento immobile.

23 Durante la narrazione Claudio immagina di partire con il padre e di andare all’estero, lasciando San Basilio e la sua immagine negativa. Per lei quando qualcuno inizia una nuova vita, può abbandonare definitivamente la sua vecchia immagine o rimarrà impressa?

Una volta mi capitò di accogliere il racconto di un ragazzo omosessuale che decise di lasciare il suo paese per andare a vivere in una grande città. La pressione del condizionamento sociale era tale che liberandosene provò una sensazione inebriante di felicità. Ma i nodi dentro di lui non erano risolti, puoi sfuggire al dolore, ma se non l’hai risolto comunque riaffiora. Però studi dell’Istat sulle misure di pene alternative al carcere ci danno buone speranze. E’ dimostrato che nei casi in cui i detenuti vengono inseriti in un reale programma di reinserimento sociale, viene dato loro un lavoro, e vengono seguiti in questo percorso, le recidive, ossia la possibilità che loro ricadano nell’errore, è di gran lunga inferiore alle situazioni in cui il detenuto sconta la pena fino alla fine e poi torna nella sua casa, nel suo territorio. Sono dati su cui riflettere.

  1. Rosso malpelo muore nella cava. Claudio e Saverio si salvano. Lei non condivide il pessimismo di Verga? Pensa che il futuro possa essere migliore del presente per i ragazzi delle periferie?

Non sono di natura pessimista, altrimenti non sarei qui con questo libro. Verga, uno dei miei classici preferiti, fotografa una realtà che vede, il mio obiettivo con il libro è un altro. E’ andare da quel ragazzino che tutti chiamano Malpelo e dirgli scusa qual è il tuo vero nome? Lo sai che sei stato carino a prenderti cura di Ranocchio? Si capisce che ci sei affezionato e non c’è bisogno di picchiarlo per dimostrargli com’è il mondo: insieme voi due potreste essere una bella squadra. Si chiama rinforzo positivo. Il futuro per i ragazzi può essere migliore se li esortiamo a credere in se stessi e a essere protagonisti del loro futuro.

  1. È giusto mostrare un esempio di sfruttamento minorile come quello descritto nel libro? Non potrebbe

essere un esempio fuorviante?

A tredici anni un ragazzo che vive in periferia, ma non solo in periferia, sa di cosa sto parlando. E non lo conosce perché io lo descrivo, lo sa perché lo vede, perché le nostre città sono così. Claudio è un eroe positivo, Claudio dice di no. Esiste oggi tutta una filmografia in cui quelli che in drammaturgia sono chiamati antieroi vengono esaltati come eroi, i loro volti sono diventati oggetto di mercato stampati sulle magliette da indossare. Ecco, io mi preoccuperei sinceramente più di quei personaggi che di Claudio.