Una storia DA ORA IN POI

C’era una volta un uomo alto, dal sorriso buono, di nome Simone che aveva una casa, una moglie, due figli, due conigli e un lavoro che permettesse a tutti di vivere con serenità.

Simone Indrieri                                                                                            Simone Indrieri

Lavorava per un grande marchio italiano e ogni mese riceveva il suo compenso per quello che dava. Come è giusto e dignitoso che sia tra uomini. Ma un giorno, tra i corridoi di quel grande stabilimento dove Simone trascorreva le sue ore di lavoro, si diffuse la notizia di un trasferimento in una zona industriale nel nord Italia. Simone non era solito dar peso alle voci nei corridoi, ma quando il brusìo divenne insistente cominciò a preoccuparsi. Di colpo vide in pericolo la casa, la moglie, i due figli e i due conigli e poiché essere buoni non significa accettare quel che avviene passivamente, Simone cominciò a interrogarsi.

Cosa poteva fare un uomo della sua età?

Come poteva ricominciare tutto da capo?

E a guardarsi intorno gli venne il magone, che non andava né su, né giù, perché di amici della sua età improvvisamente senza lavoro ne aveva visti, così come aveva visto le loro famiglie in difficoltà. Roba che quando lui era ragazzino non si vedeva tra gli amici dei suoi genitori, ma che ora i suoi figli vedevano tra i suoi. Quando lui era ragazzino un adulto che non lavorava era un buono a nulla, un perditempo, ora invece non era più così: bastava camminare sulla via Tiburtina per vedere le fabbriche che avevano chiuso e pensare con tristezza agli uomini e alle donne rimasti senza lavoro.

Ma Simone aveva il dono di una calma serafica.

Non aveva studiato molto nella vita, amava il lavoro manuale. Provava soddisfazione quando riusciva a creare un oggetto artistico per la sua casa, fosse un nuovo paralume, una piccola bacheca decorata a mano o una botte di legno da trasformare in una splendida fontana per il giardino.

simone e la forza

Gli sarebbe piaciuto essere un artigiano. Creare oggetti per gli altri. Ma, in effetti, l’unico artigiano che conosceva era suo suocero Neno, lo storico calzolaio di Porta Pia. Neno non era semplicemente il ciabattino di zona, Neno era un vero artigiano perché lui le scarpe sapeva costruirle dal nulla, come si faceva un tempo. Simone cominciò a trovare ogni pretesto per trattenersi nel suo negozio. Si sedeva vicino a lui in silenzio. Guardava le mani di Neno che battevano e cucivano il cuoio con precisione.

Simone si appassionò. Non sapeva nulla di scarpe, tacchi e sopratacchi, e non aveva mai tenuto un ago in mano, ma era una persona curiosa e ben presto si ritrovò a cucire la tomaia alla suola, scoprendo prima di tutto cosa mai fosse una tomaia. Sperimentò che il lavoro di calzolaio necessita di grande forza nelle braccia e decisione nelle mani: gli aghi sono spessi e i materiali da bucare, perlopiù pelle e cuoio, sono molto duri.  Simone si ritrovò ben presto i segni dei suoi errori sulle mani segnate dalla fatica, ma Neno lo incoraggiava ripetendogli “Non ti preoccupare, è l’arte che entra.” Ne ridevano insieme di quello doloroso modo di entrare dell’arte, mentre Simone disinfettava le ferite. A fine giornata, quando Neno chiudeva la bottega e sull’uscio si salutavano, Simone sentiva che quel creare, quel realizzare piccoli oggetti di manufatto, fosse un portachiavi o la bretella nuova per una borsa, lo facevano sentire soddisfatto.

simone e una macchina   Simone alla macchina di finissaggio per cardare,rifinire e lucidare una scarpa.

Cominciò a credere che poteva essere altro che l’impiegato di una grande ditta italiana.

Forse per lui poteva esserci un avvenire diverso dalla cassa integrazione.

Così cominciò a sedersi accanto a Neno tutti i giorni. Spesso in silenzio, perché Neno non era uomo di grandi discorsi. Non gli veniva facile spiegare il processo necessario per una riparazione, ma Simone non ne aveva bisogno: lui si sedeva e guardava. Il tempo scorreva senza che lui se ne sentisse schiavo e tutto il sapere che negli anni il calzolaio di Porta Pia aveva accumulato, tutto quello che riguardava il processo di riparazione e di rigenerazione di una scarpa, divenne il sapere di Simone.

E mentre tutto questo accadeva, Neno cominciò a dimenticare piccole cose. Una consegna, un nome che sfuggiva, una strada percorsa tutti i giorni in cui si perse. La sua mano non era più ferma, con fatica teneva il trincetto per tagliare la pelle e se provava a forare il cuoio con la lesina non riusciva a concludere il lavoro con precisione. Parkinson e Alzheimer il nome dei demoni che minarono l’autonomia di Neno.

Fu allora che Simone decise di cogliere il suo DA ORA IN POI.

                                                        Simone alla macchina allarga scarpa

 

Mentre Neno perdeva la memoria, Simone l’acquistava.

Non sapeva nulla circa la gestione di un negozio, ma era una persona affabile e i clienti si soffermavano con piacere a dialogare con lui durante l’attesa delle riparazioni. Il passaggio di consegne da Neno a Simone non fu veloce, accadde così lentamente che il giorno in cui Simone si ritrovò per la prima volta da solo ad aprire il negozio ne rimase sorpreso. Allora si sedette sulla sedia che era stata sempre di Neno, tra le gambe l’incudine su cui battere i chiodi del sovrattacco e lì comprese che la nuova vita era cominciata.

simone con neno e italia                                    Nazzareno Gismondi, detto Neno, con sua moglie Italia e suo genero Simone

 

Il sapere di Neno non era andato perduto.

Il cambiamento era in essere, dentro di lui, dal primo giorno in cui si era seduto a guardare Neno con attenzione. Ogni buona causa posta nella nostra vita porta con sé il suo buon effetto.

Se vi capita di passeggiare per Porta Pia buttate uno sguardo in via Belisario, Simone è lì e se entrate nel suo negozio non andate di fretta. Sedetevi con calma e attendete.

Guardare un artigiano che lavora con passione è cosa che non ha prezzo.